La robotica in Italia e la sfida dell’Industria 4.0

Redazionale · Carmela Gabriele

La rivoluzione delle ICT è un fenomeno ampio che ci coinvolge tutti. Rivoluzionare le ICT significa introdurre i cloud, l’intelligenza artificiale, la lead generation, ma anche i robot industriali di nuova generazione, l’additive manufacturing e il digitale che collega tutto: tecnologie in costante dialogo tra loro.

In Italia un attento osservatore dell’innovazione abilitata dal digitale – dal marketing alla robotica – è Marco Bettiol. Ricercatore presso il dipartimento di scienze economiche e aziendali dell’Università di Padova, laureato in economia aziendale a Venezia, con un PhD tra Udine e Berkeley, si occupa da anni dell’impatto delle ICT sui modelli delle PMI e dell’innovazione per il rilancio dei distretti industriali.

Ecco a voi degli interessanti estratti tratti dalla conversazione sulla robotica tenutasi tra SpazioDati e Marco Bettiol. Buona lettura!

Recentemente lei ha introdotto il concetto di “robotica umanista”. Cosa intende?

Mi occupo di robotica è perché essa costituisce un fondamentale paradigma della trasformazione e dell’impatto che le nuove tecnologie potranno avere in ambito manifatturiero. Ovviamente la robotica non è un tema nuovo, se ne parla sin dagli anni ’60, ma oggi i robot non soltanto diventano sempre più capaci, ma sono connessi alla rete, e questa è una straordinaria rivoluzione. Occorre però saper trarre vantaggio da tutto ciò. Vede, oggi la robotica tende a tradursi in quella che io chiamo “robotica sostitutiva”. In altre parole si utilizzano queste tecnologie per sostituire – in lavori di tipo ripetitivo – l’operaio. Si parla di “dark factory”, cioè la fabbrica che opera al buio e non ha bisogno né di riscaldamento né di intervento umano. Una fabbrica completamente autonoma, insomma, e anche se si tratta ancora di un’utopia, ci sono molte grandi aziende (ad esempio alcuni colossi manifatturieri cinesi) che vanno in questa direzione.

Con la robotica umanista propongo di iniziare a ragionare su un altro terreno, molto interessante per l’Italia e per il suo patrimonio culturale e industriale. Anziché concepire il robot come la macchina che ripete milioni di volte la stessa operazione, proviamo a pensare ai robot come macchine in grado di aiutarci ad accrescere la varietà delle produzioni, un’automatizzazione alimentata da una collaborazione – sempre più stretta e fruttuosa – tra l’essere umano e la macchina. Invece quando la robotica è funzionale solo a replicare (potenzialmente all’infinito) una stessa attività, lì l’essere umano scompare. Lo vediamo, ad esempio, in alcuni segmenti della produzione automobilistica; la saldatura e la verniciatura, che sono attività programmabili in modo molto preciso, sono di fatto già interamente gestite da robot, senza alcun intervento umano, perché le azioni sono sempre uguali.

Le cose cambiano molto se invece il prodotto è sempre diverso, se si punta su una produzione customizzata, on demand, personalizzata. Allora il ruolo del robot muta, viene a prodursi una nuova complementarietà tra il lavoro dell’essere umano e quello della macchina. Si generano delle economie dando allo stesso tempo una grande varietà. In questo modo si può combinare il meglio dell’essere umano, ossia il suo genio creativo, con il meglio della tecnologia. È un approccio alla tecnologia più antropocentrico, concepito come un insieme di strumenti per ampliare il raggio d’azione e comprensione dell’essere umano, ma riconoscendo il ruolo insostituibile del tecnico o del professionista.

L’idea del robot collaborativo implica una realtà in cui esseri umani e macchine siano in grado di lavorare insieme, fianco a fianco. Ma siamo solo agli inizi. Estremizzando, penso che il robot potrebbe diventare il nuovo scalpello dell’artigiano tecnologico; in fondo anche lo scalpello è una tecnologia, per quanto antica (ma di grande successo, dal momento che la usiamo ancora oggi). Con lo scalpello si possono creare molte cose diverse, e lo stesso varrà per i robot, destinati in futuro a diventare sempre più duttili, e facili da programmare.

Com’è messa l’Italia nel settore della robotica?

Dal punto di vista della ricerca, abbiamo un ottimo posizionamento a livello internazionale, grazie a centri davvero di eccellenza. Uno di quelli più rilevanti è Pisa, che ci ha reso leader nei cosiddetti soft robot, cioè i robot privi di esoscheletro. Poi c’è l’Istituto Italiano di Tecnologia che negli ultimi anni è cresciuto tantissimo, il Politecnico di Milano, La Federico II di Napoli.

Le cose sono più complesse dal punto di vista produttivo: non ce la caviamo così male, siamo secondi o terzi nelle classifiche europee inerenti il rapporto tra robot e dipendenti del settore manifatturiero, ma una parte del nostro parco-robot è antiquato. Bisognerà vedere come affronteremo la sfida dell’Industria 4.0, cioè i robot di nuova generazione e non solo. Certo, per noi sarà meglio puntare su personalizzazione e customizzazione, perché nella produzione di massa abbiamo perso molto terreno negli ultimi anni.

Del resto per l’economia italiana quello dell’automazione è sempre stato un settore molto importante, si pensi solo alla meccanica di precisione e alla meccatronica, dove vantiamo una leadership europea, e anche internazionale. Quindi c’è familiarità, una frequentazione costante con queste tecnologie. La sfida però è quella dell’Industria 4.0, un salto evolutivo nel modo di produrre che non significa comprare qualche altro robot per la propria catena di montaggio, ma integrare il nostro sistema manifatturiero con il digitale

È una sfida di portata globale, nuova per tutti.

Parlando di digitalizzazione, quanto sono ricettive le aziende italiane?

Su una popolazione di quasi 6 milioni di aziende, esistono solo 661mila siti web e 48mila e-commerce. È un dato sconfortante. Bisogna tenere presente, però, che gran parte delle imprese italiane sono individuali, quindi questo dato va un po’ stemperato dal momento che in molti casi si tratta di micro-imprese. Detto questo, è vero che a livello europeo la diffusione della banda larga, di e-commerce e di alfabetizzazione digitale, l’Italia purtroppo è stabilmente nelle ultime posizioni, se non proprio nell’ultima.

Questo è un dato preoccupante.

Dobbiamo recuperare a tutti i costi, anche perché il digitale potrebbe aiutarci a raggiungere un bacino di clienti molto più vasto: il paradosso di un’economia italiana ricchissima di prodotti straordinari, ma incapace di raccontarli. Si dimentica il potenziale dei nuovi media, o anche dei negozi online. Detto questo è anche vero che il nostro export cresce tantissimo. Immaginiamo cosa potrebbe accadere se usassimo in modo molto più costante e sistematico queste tecnologie.

Non a caso il concetto di lead generation è ancora poco conosciuto in Italia, mentre in altre realtà, come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, c’è molta più familiarità e viene considerato indispensabile per il marketing.

C’è poca familiarità con il digitale di per sé, e ciò genera a cascata tutta una serie di difficoltà nell’interpretare i potenziali benefici di tecnologie come, appunto, la lead generation. Guardi, è proprio una questione di uso; più una persona utilizza una cosa e più ne comprende i punti di forza, le potenzialità, e ne riesce ad estendere l’ambito. In caso contrario ciò che è molto sofisticato, per quanto utile, non viene apprezzato. È come insegnare l’inglese avanzato a qualcuno che non ha neanche le basi.

Manca completamente una cultura del digitale.

Chiariamo: oggi le aziende si stanno mettendo al passo. Negli ultimi anni hanno iniziato a investire in quest’ambito perché non si può aderire a una rivoluzione senza avere persone in grado di interpretare questi linguaggi, queste tecnologie, e poi di declinarle in azienda. È importante che anche il mondo della formazione pubblica faccia la propria parte. Gli ITS sono stati un successo e vanno potenziati. È anche vero che dobbiamo iniziare a introdurre la cultura digitale in modo più capillare nella Scuola italiana, anche negli studi classici.

In paesi europei come la Svizzera, la Francia, la Germania, il tema dell’innovazione digitale in particolare e dell’innovazione tecnologica in generale, è molto presente nel discorso pubblico. In Italia no. Qual è la sua opinione a riguardo?

Secondo me in Italia parliamo troppo ma facciamo troppo poco.

C’è più calcio parlato che giocato, mi passi la metafora. Avremmo bisogno invece di meno enfasi e più programmi, più capacità di trasformare queste idee in realtà. Nel nostro paese tendiamo a innamorarci delle mode, dell’ultima rivoluzione tecnologica, senza però avere poi la costanza di declinarla ogni giorno all’interno delle aziende. Certo, abbiamo anche difficoltà specifiche, ad esempio un mercato di VC ancora troppo piccolo, però dovremmo concentrarci di più sull’applicazione pratica.

C’è ancora molto da fare.

Fonte: SpazioDati

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